Le parole hanno potere.
Siamo tutti d’accordo, ma…
Quando noi scriviamo un testo per un sito, un blog, una newsletter, un articolo, per chi stiamo scrivendo?
Per comunicare con un lettore umano o per un algoritmo SEO?
Tempo fa, ho scritto un articolo per il blog aziendale: da buona copywriter con formazione giornalistica, ho steso un bel testo usando frasi grammaticalmente corrette, verbi nei diversi tempi e formi, aggettivi eleganti, vocaboli e sinonimi per evitare ripetizioni.
Insomma, un testo scritto bene, con tutte le informazioni espresse in una forma piacevole da leggere.
Ma l’uomo della SEO ha detto ‘no’.
Perché dal punto di vista SEO -appunto- non era performante.
Lo era invece molto di più la sua versione ritoccata per lo scopo, che a me, in realtà, pareva una serie di pensierini da scuola elementare, completi però di tutte le keywords e gli aspetti più amati dai motori di ricerca (leggi Google).
Non discuto dell’efficacia del lavoro svolto dal suddetto specialista, anzi, sono certa che avesse ragione.
Ciò però mi ha suscitato alcune domande:
Quando noi scriviamo un testo per un sito, un blog, una newsletter, un articolo, per chi stiamo scrivendo? Per il lettore umano o per una macchina?
Stiamo scrivendo per comunicare con un essere umano o per fare in modo che un algoritmo ci posizioni più in alto nei risultati di ricerca?
Prima di essere giudicato da una persona, quindi, il mio lavoro sarà giudicata da un algoritmo.
Devo quindi considerare Google come il mio primo cliente, visto che sarà lui per primo a decidere il posizionamento del mio testo.
E quindi mi chiedo ancora,
Qual è il fine ultimo del mio scritto? Trasmettere informazione e contenuti di valore per il nostro cliente / lettore o riempire uno spazio con un testo che scali le posizioni dei risultati di ricerca?
La user experience del lettore sarà altrettanto positiva?
Oggi poi sappiamo che lo stesso testo si sarebbe potuto trovare pronto e confezionato da un’intelligenza artificiale ben istruita ed allenata, in grado di fornirci un pensiero già pensato.
Ma l’intelligenza umana si compone di fattori quali la cultura, la sensibilità, i gusti personali e le esperienze vissute e fatte di errori e di meriti, di sconfitte e vittorie. Saprà un’intelligenza artificiale racchiudere e trasmettere in qualche modo tutta questa esperienza?
Servirà ancora essere empatici con chi legge o ci si limiterà a trasmettere emozioni sintetiche e preconfezionate?
Se prima era ‘Follow the money’, ora è ‘Follow the data’?
Intelligenza artificiale, ma anche sociale: così la tecnologia aiuta nella cura delle fragilità
© RIPRODUZIONE RISERVATA




