Davide Fiz ci parla del suo progetto di vita, che in realtà è un grande aiuto alle aree interne.
Spesso ho scritto della riscoperta e valorizzazione dei piccoli borghi, di quelle forme di turismo lento e sostenibile che possono andare ad incentivare la loro sopravvivenza in un periodo storico che li vede lentamente spopolarsi e perdere pian piano le proprie tradizioni e storia.
Ed è proprio di questi giorni la notizia della volontà del governo che nel nuovo Piano Nazionale Strategico delle Aree Interne prevede già un inesorabile abbandono delle aree interne più depresse, destinate ormai, ad un declino irreversibile da accompagnare al capolinea.
Una sorta di ‘hospice’ per le aree terminali, per le quali non provare più nemmeno una cura.
Eppure esistono strategie per ridare vita anche alle zone interne, per intenderci quelle non interessate dal turismo di massa (quello che porta il 70% dei turisti a visitare -intasandolo- solo l’1% del territorio del nostro Paese).
Ne parlo oggi con un osptite, che ha fatto una scelta di vita molto precisa: Davide Fiz, sales manager freelancer, che ha fondato Smart Walking , un progetto personale di ricerca di un nuovo work life balance, che promuove il lavoro da remoto inserendolo in un contesto di viaggio a piedi, lungo i cammini d’Italia.

In altre parole, un’idea che coniuga turismo lento, lavoro da remoto e racconto del territorio e che mette al primo posto il benessere personale.
Ce lo facciamo raccontare direttamente da Davide, in questa piacevole intervista che ci concede in una settimana in cui si è preso qualche giorno di pausa tornando nella sua Livorno.
- Davide, prima le presentazioni: chi sei e che cosa fai, e soprattutto com’è che nasce questo progetto?
«Allora, Davide Fizz è un laureato in economia, classe 76, quindi alla soglia dei 50 anni, e sono stato sempre una persona che ha viaggiato molto; peraltro ho anche radici in più luoghi, perché sono nato a Genova, sono cresciuto a Livorno e ho vissuto a Palermo»
- Quando nasce Smart Walking?
«Smart Walking in realtà nasce in un momento un po’ difficile della mia vita, ossia quando la mia ex mi ha lasciato e quindi da Palermo sono tornato a Livorno.
Dopo un momento di crisi esistenziale, mi sono trovato a 45 anni di nuovo a ricominciare da zero, senza figli, senza vincoli né di casa né lavorativi. Essendo un freelance a partita IVA fondamentalmente avevo totalmente la mia vita in mano.
Lì mi è venuta l’illuminazione del nome Smart Walking: mi sono detto
“ma se io posso lavorare da ovunque, chi me lo fa fare di starmene chiuso in casa a Livorno? Ma io mi giro beatamente l’Italia a piedi e il lavoro me lo porto dietro”.
Chiaramente sapevo che avrei lavorato meno di prima, perché invece che lavorare tutti i giorni, tutto il giorno, avrei lavorato la metà.
Però ho intrapreso questa sfida, che è diventata praticamente il format, che è camminare la mattina e coprire le varie tappe dei cammini per poi lavorare dal remoto al pomeriggio, chiaramente ogni giorno da un posto diverso.»

- Parliamo di turismo lento, della riscoperta delle aree interne: tu attraversi territori che generalmente un turista non va a visitare. Ecco, quindi, secondo te, i cammini aiuta e se sì in che modo la riscoperta e la valorizzazione dei questi piccoli borghi?
«Allora faccio un esempio pratico. La “Via degli Dei” è uno dei cammini forse più frequentati in Italia, lanciato nel 2000; allora l’ideatore era quasi preso in giro.
Dicevano “ma dove pensi di andare, con la gente con gli zaini?” Il termine pellegrino era usato in maniera dispregiativa. Ora quei pellegrini con lo zaino che di fatto sono camminatori hanno rifatto vivere tutti i paesi lungo la direttiva tra Bologna e Firenze.
Sono 90 km di percorso che quest’anno per la prima volta hanno toccato le 30.000 presenze di camminatori e puoi immaginare che per questi piccoli paesi dell’Appennino Tosco Emiliano,
30.000 passaggi l’anno hanno fatto la differenza tra chiudere e rimanere vivi: sono riaperti bar, hanno riaperto le seconde case, sono tornati giovani, fanno iniziative, eventi.

La Via degli Dei, come tutti i cammini, di fatto è portatore di un’economia a pioggia proprio perché non va a centralizzarsi in un unico posto. Si crea praticamente una sorta di autostrada di camminatori che fa vivere tutti i punti che tocca con un turismo che non è per niente impattante,
Non lo è, né dal punto di vista ambientale né dal punto di vista sociale perché non incide negativamente sul territorio e dall’altro lato contribuisce a ricostituire il tessuto sociale».
- Bisogna anche valutare se un territorio effettivamente sia in grado di cogliere l’opportunità: dove magari mancano le strutture e i servizi di base per accogliere il pellegrino o magari a livello amministrativo manca proprio il know-how per cogliere queste opportunità.
«La crescita di un cammino in loco aiuta la rigenerazione economica. Sicuramente non è un processo né veloce né chiaramente facile però sicuramente un flusso aiuta.
Certo laddove il paese è già morto non è così facile rimettersi a riaprire le attività è chiaro, bisognerebbe arrivare prima della morte celebrale perché poi rimetterlo in vita perché implica investimenti troppo grandi; diciamo però che in posti in cui siamo ancora in una “via di mezzo”, sicuramente un certo tipo di turismo ha un impatto positivo».
- Oltre a Smart Walking, ora stai mettendo a terra anche un secondo progetto, che è il Cammino dei Nomadi Digitali
«Sì, si tratta di un progetto di comunità, che ha alcune differenze con Smart Walking.
La prima è che Smart Walking è un cammino, una cosa personale alla fine perché uno lo fa in solitaria, nel senso comunque che anche se va in compagnia però è un momento di riflessione. Inoltre prevede di spostarsi ogni giorno in un luogo diverso proprio per completare il percorso, quindi non c’è stanzialità.
Il Cammino dei Nomadi Digitali, invece implica già che ci sia un gruppo di partenza, una comunità e prevede che chi lo segue si fermi in maniera più stabile sul territorio e se ne prenda cura.
Sto lanciando questo cammino in un territorio del sud Italia, in un’area abbastanza depressa, per cercare di lanciare quello che poi di fatto diventa di fatto un progetto di marketing territoriale.
Ossia far ripartire una serie di paesi che vengono attraversati da questo cammino e sfruttare la visibilità che ha avuto Smart Walking in questi anni per diventare una sorta di ambasciatore del Cammino dei Nomadi Digitali.
Qui andranno coinvolte però -al di là delle altre persone- anche le amministrazioni locali piuttosto che enti territoriali. Siamo già molto avanti con questo cammino.
Abbiamo già un sito internet abbiamo già tracciato il cammino sul terreno abbiamo un accordo col CAI di Caserta abbiamo fatto già dei protocolli di intesa con i comuni.
È proprio un progetto di marketing territoriale e ci sarà tutta una serie di stakeholder che dovranno intervenire».
- Molto bello l’obiettivo
«Magari può essere anche che uno si innamori del luogo e ci compra la casa sì anche perché poi parliamo, nell’arco di cento chilometri, avendo un po’ di punti di riferimento te li fai tranquillamente camminando quattro o cinque ore (venti chilometri), ossia una distanza che un giorno fai senza dover diventare matto».
- Quindi al di là della tua motivazione personale, questa idea di puntare sui cammini la vedi dunque anche come un’opportunità per questi borghi? Come vedi la tendenza di questo turismo lento, di questa riscoperta dei borghi?
«Io ne posso parlare con un’ottica di dieci anni perché ho cominciato a fare Santiago la prima volta dieci anni fa, quindi poi ho cominciato a camminare anche in Italia negli anni successivi.
È cambiato tantissimo in pochi anni nel mondo dei cammini in Italia, c’è stata una crescita esponenziale anche se fortunatamente non è diventato un fenomeno di massa.
È comunque un fenomeno che comincia a avere i suoi numeri e i suoi perché; anche le persone dei paesi cominciano a capire l’importanza di certi cammini minori.
Ma su cammini tipo la Via Francigena e la Via degli Dei o anche il Cammino dei Borghi Silenti si sono già sviluppate delle economie importanti per cui il territorio ci crede e ci crede fortemente».
- Speriamo che non diventi di massa
«No, non diventerà mai di massa. Una persona uno può anche decidere di fare un cammino durante le ferie, magari uno dice “io quest’anno invece di andare in spiaggia o di andare sul classico, vado a farmi tre settimane di cammino” e quindi può essere un’esperienza di diciamo di ferie diverse dal solito».
Ma non credo che diventerà mai un fenomeno di massa.

- Ti va di tracciare un primo bilancio del progetto Smart Walking?
Dopo quattro anni, quest’anno c’è stato un po’ il coronamento, da un punto di vista della soddisfazione personale, perché sto camminando come ambasciatore ufficiale della Via Francigena nell’anno del Giubileo, quindi anche in un anno importante.
E la sto percorrendo tutta, dal passo del Gran San Bernardo fino a Santa Maria di Leuca.
Al contrario del camminatore classico che può camminare sette / otto ore al giorno, io avendo l’esigenza di lavorare, quasi tutte le tappe le ho divise in due perché comunque devo lavorare.
Che è un po’ la base del mio progetto, perché comunque io nonostante fatturo meno di prima, però continuo a fatturare con il mio lavoro: lavoro per due aziende, sono un Sales Manager.
Diciamo però che il guadagnare meno di prima poi alla fine è relativo, perché bisogna vedere il guadagno nella vita, che significato gli si dà: io ho una vita pazzesca, super ricca dal punto di vista degli incontri, è super ricca dal punto di vista dell’esperienza fisica sempre ogni giorno in luoghi diversi.
Sto vivendo mille vite in una, quindi me ne lascia abbastanza indifferente di guadagnare meno».
- Questa vita pazzesca, il camminare diverse ore e sempre all’aria aperta, ti aiuta nel tuo lavoro? Tu pensi al lavoro quando cammini?
«Vedi, camminare dà un benessere inconscio, non tanto un benessere indotto dai pensieri che fai, ma è semplicemente la possibilità di stare quattro cinque ore in natura, ascoltando, ma anche nel silenzio, gli odori, la fatica…
Cioè è proprio un benessere che non è che devi lavorarci sopra per farlo venire fuori, ce l’abbiamo noi nel DNA: noi fino a diecimila anni fa eravamo tutti nomadi, poi l’agricoltura, la rivoluzione agricola ci ha fatto diventare più stazionari, però noi abbiamo proprio nel DNA di camminare, di stare all’aria aperta.
Il senso di non stare chiuso in una macchina o in un ufficio in una casa ti fa star bene, non è che devi fare chissà cosa, già quello è benessere.
Ma soprattutto non era il mio obiettivo diventare un manager migliore, il mio obiettivo era diventare un uomo migliore, godermi la vita.
E quindi io lavoro il minimo indispensabile per guadagnare, per spendere il minimo che devo, perché poi anche quel concetto lì, che nella società nostra siamo portati a guadagnare tanto, per spendere tanto, ed essere infelici.
Gli Stati Uniti, che sono il paese più, diciamo, più sviluppato forse, ha il più tasso, il più alto tasso di consumo di antidepressivi, quindi qualcosa mi dice che non è la ricchezza dare la felicità, ma è lo stile di vita».
- Sì, insomma, un po’ uscire dalla logica del vivere per lavorare, insomma?
«Ma anche perché io faccio otto mesi all’anno smart working e quattro a casa. Negli otto mesi all’anno che sono in giro vado con uno zaino e poche altre cose e ho capito anche quanto non me ne può fregar di meno delle cose materiali.
Quando sono a casa e vedo quante ‘minchiate’ e quante cose assurde ho in casa, mi accorgo che sono troppe e non mi hanno mai dato la felicità».
- Quindi, diciamo, un po’ alleggerire sia fisicamente che proprio anche psicologicamente il nostro vivere.
«Assolutamente, sì, sì. Certo.
E questo effettivamente è vero. Ma poi pensa anche quanto la proprietà privata e quanto il possesso porta la gente ad essere sempre incazzosa e arrabbiata per paura di perderla. Di perdere le cose.
Anche perché sono tutti, tutti i pesi alla fine che ci portiamo dietro sia sulle spalle che nella testa alla fine».

- Tu hai parlato quindi di questa esperienza che ti ha permesso di fare -ho letto- un incontro vero con i territori e le persone. Per cui cosa ti lascia questo incontro con queste persone che incontri?
«Innanzitutto, io ho vissuto l’Italia e non me l’hanno raccontata, nel senso che non ho appreso quello che mi raccontano i telegiornali o altri, ma me la sono vissuta in prima persona.
Mi sono ispirato, toccato con mano e qui non è filtrato da altri. E già questo è importante perché sicuramente conoscere le cose per quello che sono direttamente e non perché te le raccontano è già comunque qualcosa di molto importante.
E qua, vabbè, chiaramente c’è stata una scoperta incredibile di un’umanità che è poco raccontata.
Siamo in un mondo in cui si raccontano solo certi tipi di vite e quelle che fanno audience e quelle che passano sempre e soprattutto dalle città e invece l’ho scoperto…
Ho scoperto altri mille modi possibili di vivere lontani dal mainstreaming e altrettanto importanti e significativi e probabilmente anche con meno stress dove la gente vive meglio.
Insomma io mi sono visto penso più di 500 paesi in giro per l’Italia quindi insomma una bella idea d’Italia me la sono fatta».
- Poi tra l’altro li hai visti da nord a sud, dalle zone a nord dove c’è un certo tipo di mentalità e di approccio scendendo sui vari tipi di economie man mano che ti sposti e ti allontani dalla grande città. Per esempio l’approccio dopo il periodo Covid
«Secondo me l‘aspetto Covid si è sentito un pochino meno nelle aree interne perché è stato soprattutto in città che ha fatto più paura al Covid; nei paesi la gente comunque generalmente continuava a vivere più tranquillamente, a uscire e farsi le passeggiate.
Sì poi, secondo me, nei paesi la paura dell’altro è molto meno sentita rispetto alla città.
Cioè è la città che fa venire la paura dell’altro, è la città che mette le telecamere, è la città che mette le porte blindate; nei paesi per fortuna ci sono ancora le porte aperte, le persone si conoscono, c’è una sorta di controllo di comunità mentre in città a malapena conosci il vicino.
Credo che siano mondi totalmente totalmente diversi.
Poi arrivando da camminatore sai è anche facile essere accolti perché ovviamente non vieni percepito minimamente come un pericolo, ma anzi, spesso c’è un po’ la voglia di darti magari una mano, banalmente da offrirti l’acqua o comunque accoglierti nel loro paese.
Nei paesi questo per fortuna un po’ succede ancora, magari in minore rispetto a prima, però la fila delle vecchiettine con le sedie o che si ritrovano dentro magari a un garage a parlare nel pomeriggio le trovi ancora. Meno rispetto a prima, però nei paesi le incontri».
- E i giovani? I ragazzi, i ventenni, le future generazioni, secondo te hanno un approccio verso questo tipo di attività o è una cosa che magari uno incontra da adulto?
«Il fatto di aver voglia di scoprire altri mondi lontano dalla città e anche l’età media sui cammini devo dire che non è bassa, c’è qualche cammino tipo la Via Degli Dei che è un pochino più bazzicato dai giovani però tendenzialmente in Italia sul camminare siamo ancora un po’ indietro.
Mentre in Spagna, per esempio, i giovani camminano di più perché addirittura c’è l’usanza quando arrivi a fine superiori di andare a fare il cammino di Santiago, da noi il fatto del camminare è ancora un po’ indietro.
C’è però un progetto molto bello con cui io ho collaborato che si chiama Strade Maestre che sono un gruppo di insegnanti che hanno portato dieci ragazzi a fare un anno di scuola in cammino: hanno camminato un anno da nord a sud della penisola, dalla Sicilia fino a Trieste e hanno fatto scuola durante questo cammino.
È stato un progetto pilota super che ha avuto un riscontro mediatico pazzesco. Hanno fatto questa puntata a zero, però hanno fatto bene perché già il prossimo anno da dieci iscritti parlavano di averne già almeno trenta, quindi sicuramente è molto interessante fare iniziare i giovani di terza, quarta e quinta superiori a fare esperienze del genere.
Sicuramente ne possono uscire giovani migliori dal punto di vista civico, sociale».
- Ultima domanda: il futuro di Smart Walking, al di là dei tuoi progetti personali, come lo immagini? Hai fatto soprattutto dei progetti o è una cosa che prendi un po’ in maniera leggera?
«Smart Walking che me lo sono sempre vissuto passo dopo passo, quindi, non è mai stato un progetto che ho fatto pianificandolo sul lungo periodo.
No, è stato un progetto che me lo sono vissuto anno dopo anno, perché credo che essendo un progetto di lentezza e personale, non fosse giusto andare troppo in là.

Ora sono arrivato alla quarta edizione il prossimo anno sarà un anno particolare perché sarà la quinta edizione e come ti dicevo prima io ho già deciso di dedicarla tutta esclusivamente a un cammino, che è il Cammino dei Nomadi Digitali, per partorire anche qualcosa che sia per la comunità e non quindi solo per me.
Io l’anno prossimo farò in maniera molto molto lenta questo cammino, con molta più stanzialità e molto meno cammino perché comunque girerò sempre in quei cento chilometri lì, proprio per spiegare al territorio, fare incontri, portare avanti un progetto destinato a tutti quelli che camminano e che possono beatamente farselo come se fosse un cammino normale.
Noi andremo a intercettare sia camminatori classici, quindi chi verrà a farsi il cammino in cinque giorni facendolo come se fosse un camminatore, poi la nostra speranza e la nostra idea è quella di intercettare anche quelli che come me invece si portano al lavoro dietro.
Quindi un cammino che si fa in cinque giorni farlo in quindici in venti perché uno si ferma magari a lavorare cinque giorni, poi nel weekend cammina e di nuovo si fa cinque giorni in un altro paese, poi riparte a camminare e così via, dilazionando ovviamente il tempo il più possibile per diventare un abitante temporaneo dei luoghi attraversati».
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