L’oratorio di Sant’Omobono, tra reliquie, quadri preziosi e il vecchio registro delle messe

Èl Cièsool

Una lama di luce fende l’aria polverosa e disegna un raggio di sole attraverso la navata dove sono accatastati vecchi banchi ed assi di legno coperte di polvere. Sul pavimento il guano dei piccioni non ha trattato meglio i vecchi mattoni di cotto mentre sui muri spogli l’umidità sale segnando la parete.

Appare addossata ad una schiera di case a portico, con i loro mattoni rossi che ne caratterizzano l’architettura, disegnata da cinque archi sovrastati ciascuno da una finestra: questo è l’oratorio dedicato a Sant’Omobono. 

Eppure, nella sua inarrestabile decadenza, questa chiesa resta fiera e solenne, maestosa e potente come doveva essere nei tempi buoni. Si presenta affacciata sulla via, proprio sulla seconda curva a gomito lungo la via XXIV Aprile, la strada che dalla via Giuseppina porta a Ca’ de Corti, frazione di Cingia de’ Botti. 

L’oratorio di Ca’ de Corti affacciato sulla strada

La sua facciata chiarisce subito l’architettura seicentesca secondo la quale venne ricostruita, per la precisione nel 1663 dal canonico don Antonio Maria Ferrari, che dopo essere diventato proprietario del fondo di Ca’ de Corti, fece abbattere il vecchio oratorio trecentesco per erigere la nuova chiesa.

Insolitamente la facciata si rivolge ad est, al contrario rispetto all’orientamento classico delle chiese, ma forse la scelta deriva dal fatto che dovesse rimanere rivolta verso la strada, già presente.

Al suo interno restano le file di banchi rivolte verso l’altare in marmo finemente lavorato; sulle volte a crociera della navata, resistono i delicati decori mentre in un angolo il confessionale custodisce ancora dietro la sua tenda bianca i segreti e le confessioni dei fedeli..

L’interno dell’Oratorio di S. omobono
Un’antica pergamena ci racconta la storia dell’oratorio

Ca’ de Corti fu già dal XIII secolo uno dei castelli più agguerriti del medioevo, con la figura di tale Corrado di Calliano che “spargeva il terrore sulle buone popolazioni del territorio”.

Sappiamo poi che il fondo passò alla nobile famiglia Ferrari e quindi al canonico don Antonio Maria, che appunto fece abbattere il vecchio oratorio probabilmente del XIV secoloper vetustà cadente”, al posto del quale ricostruì la nuova chiesa dove si trova ancora la lapide della sua sepoltura.

La volontà di ridare una chiesa agli abitanti di Ca’ de Corti è legata al fatto che all’epoca la chiesa più vicina era quella di Pieve Gurata, sicuramente scomoda da raggiungere (ricordiamo che la parrocchiale di Cingia de’ Botti venne edificata solo nel 1906).

Morto il canonico senza eredi, i fondi passarono ai marchesi Trecchi quindi ai marchesi Stanga Trecco di Cremona e successivamente alla famiglia Stanga Paravicini.

Oggi nell’abside, affrescato sulla cornice che conteneva la pala d’altare, si intravede ancora lo stemma della famiglia Stanga Paravicini, seppur rovinato dal tempo e dall’umidità.

Diviso in quattro parti, nella prima è riportato un cigno su fondo rosso, nel secondo quarto, su fondo azzurro, si vede chiaramente un capriolo (simbolo araldico che indica uno scaglione) sovrastato da due galli d’argento; nel terzo si legge ancora un castello con fondo a scacchi bianchi e rossi e infine il quarto lascia appena intravedere la sagoma di un salice o comunque un albero.

E fu proprio Benedetto Paravicni a far decorare riccamente la chiesa e “l’interne pareti con splendidissimi affreschi e ornati per opera del valente pittore Stella” per opera di generosità verso i coloni di Ca’ de Corti e per pietà e devozione verso sant’Omobono.

Appare dunque chiaro che questa chiesetta era qualcosa di diverso dal classico oratorio campestre, dalle linee semplici e dagli interni essenziali e spogli: qui già la facciata barocca suggerisce un gusto nobile nelle architetture, le dimensioni importanti lasciano presagire che chi la costruì aveva disponibilità economiche non indifferenti.

Leggendo poi l’inventario degli arredi e delle suppellettili, si svelano decine di quadri (alcuni vennero trafugati in un furto risalente al 18 agosto del 1978), calici preziosi, tovaglie e paramenti per ogni occasione, decori floreali in ferro battuto di pregevole ed originale fattura e, non da ultimo, in questa chiesa era pure custodita una reliquia autenticata di Sant’Omobono.

Insomma, una chiesa nobile nel mezzo della campagna, tra le cascine del fondo di proprietà della famiglia: la cascina Granda (a cui appartiene la chiesa), la Cascina Palazzo con un maestoso portale decorato in cotto e la Cascina Calliano.

Il portale della Cascina Palazzo
Il registro delle messe

Pur mantenendo la proprietà nobile, i conti diedero in gestione la cascina alla famiglia Mancini. Tra le suppellettili rimaste ancora oggi, si trova un originale registro delle messe celebrate nel “ciesool”: scritto a mano con inchiostro e pennino, su spesse pagine oggi ingiallite, spicca la bella grafia della maestra Adalgisa, che non mancò di appuntare neppure una celebrazione. 

Il registro si apre con la data del gennaio 1938: ogni rigo riporta la data del mese, l’occasione della celebrazione e il parroco officiante. 

La maestra Adalgisa è vissuta fino a 105 anni e per festeggiare i suoi primi 100 anni, è stata celebrata una messa proprio nel “suo” oratorio di Ca’ de Corti. Per ciascun mese, Aldalgisa ha tenuto nota di ogni celebrazione, almeno 4 o 5 messe, una a settimana, rigorosamente registrate.

Passano gli anni e la grafia elegante ed ordinata della maestra diventa via via più incerta e il numero delle registrazioni inizia a diminuire, ma non per pigrizia della scrivente, bensì perchè le celebrazioni si riducono settimana dopo settimana, fino ad arrivare a una al mese, poi una ogni tanto.

Nel tempo la messa viene celebrata solo a maggio e per Sant’Omobono, il 13 novembre. Infine l’ultima registrazione, scritta a biro e non più a penna, riporta la data di maggio 2002.

Per 64 anni ininterrotti, sempre sullo stesso registro -ormai incartapecorito- ogni messa è stata riportata con rispetto e rigore; ora quel quaderno ha le ultime pagine vuote, sospese nel tempo e nell’oblio di celebrazioni che non animeranno più quella chiesa abbandonata, rimasta a presidio di una strada sempre meno trafficata.

Resta il ricordo di messe celebrate dalla gente semplice, tovaglie e paramenti stirati con cura, la memoria delle pulizie della chiesa ogni settimana, prima di mettere i fiori freschi colti nei giardini per profumare la navata.

C’era anche la fiera, per Sant’Omobono e la gente accorreva per partecipare. Le cascine erano piene di vita, uomini e donne, vecchi e bambini, ciascuno col proprio compito; non si moriva di fame, in queste campagne: certo, non si viveva nell’abbondanza, ma tutti coltivavano l’orto, allevavano polli e galline; gli alberi da frutto non difettavano e nei fossi tra rane e pesci, qualcosa di ricavava sempre e la polenta non mancava mai nemmeno sulle tavole più misere.

La fede e la devozione erano il fil rouge che accompagnava la vita dei campi, ogni stagione aveva le sue celebrazioni, da Sant’Antonio alle rogazioni, dalle processioni alle preghiere con le reliquie “i còrp sant” per chiedere l’intercessione del padreterno sui raccolti.

Oggi l’oratorio di Ca’ de Corti, nel suo elegante silenzio avvolto dall’abbandono, rimane fedele testimonianza di questo tempo che volge ormai alla sua conclusione, lasciando indietro ancora qualche pagina ingiallita che non verrà mai più riempita, come il registro della maestra Adalgisa.

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